Caparica, il tramonto dei gabbiani

L’anno a Lisbona è stato l’anno più bello della mia vita. E lo dico oggi, a quarantaquattro anni, dopo essermi sposata, dopo aver avuto due figlie. Ho avuto momenti bellissimi, forse più belli, prima e dopo, ma i dodici mesi consecutivi più belli della mia vita sono stati quelli: settembre 1998 – settembre 1999.

Il giorno del mio ventiduesimo compleanno, a ottobre del 1998, ero chiusa nella stanza minuscola dell’enorme casa di Marques Pombal in cui ero andata ad abitare, ascoltavo la musica e scrivevo. Fuori c’era il sole e io avevo tanto mal di testa. Mi stava letteralmente scoppiando la testa, non avevo una pastiglia con me, ed ero ancora troppo timida per uscire dalla stanza, andare a bussare alla porta di qualcuno, e chiedere un moment. E così me ne stavo lì in quei pochissimi metri quadri (la mia prima stanza era un ex sgabuzzino in cui c’era un letto a una piazza, uno stendino per gli abiti e una minuscola scrivania) a riversare sul mio diario tutta la nostalgia che provavo per Torino, per la mia famiglia e per i miei amici.

Poi qualcuno bussò alla mia porta. Era Susana, che in inglese (quella era la lingua che usavamo all’inizio) mi disse «Senti, noi stiamo andando a Caparica, in spiaggia, ti va di venire con noi?». Ricordo perfettamente il momento di esitazione che ebbi: non conoscevo ancora bene quelle persone, avrei avuto qualcosa di cui parlare per un pomeriggio intero? Mentre una parte di me si concentrava sulla scusa da trovare, la mia voce disse «Certo, mi preparo!».

Susana, Carlos, Simone e io salimmo sulla Uno grigia di Simone, attraversammo il ponte 25 de Abril e ci ritrovammo davanti all’oceano. Ho ancora da qualche parte le foto di quel giorno. Sono fatte di azzurro e di sabbia.
Restammo seduti al tavolino del bar per ore, e per la prima volta vidi il tramonto dei gabbiani sull’oceano: il cielo era arancione e viola, le nostre birre ghiacciate, e loro erano arrivati nel giro di qualche minuto. Centinaia di gabbiani che sembravano raccontare qualcosa, tutti insieme, al sole che stava rotolando sull’acqua.

Andammo via poco prima che il cielo diventasse scuro. Cotti dal sole e infreddoliti dalla brezza che si stava alzando, entrammo in macchina e con la musica a tutto volume tornammo a casa. Mentre percorrevamo il ponte 25 de Abril Lisbona sfavillava.
Non avevo dovuto pensare nemmeno per un minuto a cosa dire a quei tre ragazzi ancora sconosciuti. Tutto era successo senza che mi fermassi a pensare. Tutto era successo in modo naturale, come si succedono le onde dell’oceano sulla spiaggia. E il mio mal di testa era scomparso.

Caparica diventò il nostro posto. Soprattutto d’inverno, soprattutto quando non ci andava nessuno. Chilometri di spiaggia, solo il rumore dell’oceano, le rotaie del trenino estivo piene di sabbia portata dal vento. Caparica è ancora così. Piena di gente d’estate, vuota e selvaggia d’inverno.
C’erano delle casette di legno abbandonate, le antiche case dei pescatori. Per anni la municipalità restò indecisa sulla loro destinazione, pensò di distruggerle, poi per fortuna furono recuperate, oggi sono surf house affittate da turisti che vogliono vivere letteralmente sulla sabbia. Ho provato spesso a prenotarle per qualche giorno, è difficilissimo trovare posto.

Quella sera ascoltai That I would be good, di Alanis Morrisette. Il suo cd, insieme a quello dei Bran Van 3000, a quello dei grandi successi di Paolo Conte e a quello di Radio Freccia, fu la colonna sonora del mio Erasmus. Piansi. Perché mi sentivo all’inizio di qualcosa di enorme: vivere lontana da tutto (quando ancora vivere lontano voleva dire non avere contatti se non un paio di telefonate di pochi minuti alla settimana con i genitori) e allo stesso tempo vivere una vita piena di novità, di scoperte, di amicizia. Non ero triste, ero sopraffatta. Sopraffatta dalla bellezza di una giornata con l’oceano negli occhi, dal calore di tre nuovi amici, dalla sensazione che nonostante la nostalgia, anzi forse proprio grazie alla saudade, in quella stanzetta ai confini dell’Europa sarei stata sempre bene.

That I would be fine even if I went bankrupt
That I would be good if I lost my hair and my youth
That I would be great if I was no longer queen
That I would be grand if I was not all knowing

That I would be loved even when I numb myself
That I would be good even when I am overwhelmed

Pubblicato da Valentina Stella

Torinese, vivo in Lussemburgo, scrivo, racconto la cultura portoghese e accompagno gruppi a Lisbona. Ho scritto Se mi lascia non vale, per Zandegù, e Il resto è ossigeno, per Sperling & Kupfer.

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