Perché Lisbona?

Di come anche il mio amore per Lisbona sia merito di un ragazzo che mi ha lasciata.

Era gennaio 1998, il mondo era un posto apparentemente più tranquillo rispetto a oggi ma la mia vita no, non era tranquilla: avevo ventidue anni, studiavo Economia e Commercio a Torino, uscivo la sera, mi divertivo, ero in quegli anni – avete presente? – quegli anni in cui vuoi solo conoscere persone, vedere i tuoi amici, bere, ballare, ridere. Quegli anni in cui hai tutta la vita davanti ma ancora non te ne rendi conto perché non hai tempo per fare progetti o pensieri sul futuro, il tuo tempo è il presente e vuoi godertelo fino in fondo.

Mi ero fidanzata qualche mese prima con un ragazzo di un anno più giovane di me, bellissimo, con gli occhi di ghiaccio e con la capacità di dirmi frasi che mi incendiavano il cuore, ma – come quasi tutte le persone con cui sono stata, ci ho pure scritto un libro – quello stesso ragazzo che mi aveva detto che mi avrebbe portata in barca a vela in mari lontani per tutta la vita, a inizio gennaio mi lasciò. Motivazione: non era poi proprio vero che voleva portarmi in barca a vela in mari lontani per tutta la vita, infatti partì poco dopo senza di me, e fra le altre cose mi disse che si era messo con una nostra amica.

Mi cadde il mondo addosso, ovviamente. Piansi per una quantità indefinita di giorni, piangevo ovunque, a casa, in facoltà, con gli amici miei, con gli amici suoi, avrei pianto anche con lui ma appunto, era partito. Papua Nuova Guinea, se non ricordo male.

Piansi anche con il professore al quale facevo da tutor, un professore di Economia Politica con il quale avevo l’abitudine di fare quattro chiacchiere ogni lunedì mattina, nel suo ufficio: lui mi parlava della sua vita, io della mia, tutti pensavano che avessimo una storia ma no, non l’abbiamo mai avuta, lo ribadisco qua se ce ne fosse ancora bisogno.

Quel giorno mi fece raccontare com’era andata con quel ragazzo e poi mi disse «Io so di cosa hai bisogno tu.»

«Di stare da sola, lo so, me lo dicono tutti.»

«Ma figurati, io non sono stato da solo nemmeno per un attimo e sto benissimo. No, tu hai bisogno di una sola cosa: di andare in Erasmus.»

La parola Erasmus mi risuonò in testa e per un attimo non dissi nulla. Avevo molti amici che l’avevano fatto, ci avevo pensato in passato ma non avevo mai preso l’idea davvero in considerazione perché appunto, avevo ventidue anni e non avevo tempo per pensare al futuro.

«Ma io so solo l’inglese, e le destinazioni in Inghilterra sono richiestissime, con la mia media di sicuro non mi prendono. Ci sarebbe anche la Spagna ma figurati, vogliono tutti andare a Madrid e a Barcellona e io lo spagnolo proprio non lo so.»

«Ma quale Inghilterra, quale Spagna!», mi disse lui. «Io so dove devi andare.»

«Dove?»

Fece una pausa teatrale e poi disse «A Lisbona.»

«A Lisbona?»

Non sapevo nulla di Lisbona. Sapevo che era in Portogallo e non in Spagna, sapevo che era molto a Ovest, stop. Nient’altro.

«Senti qua», mi disse lui sedendosi sulla scrivania di fronte a me. «Lisbona è una città meravigliosa, è decadente e piena di anima, è piena di ragazzi e ragazze e le notti sono divertentissime, io ho tanti contatti lì, e poi il cibo è incredibile.»

Rimasi in silenzio e le parole Erasmus, Lisbona, notti, cibo continuavano a girarmi in testa.

«E poi», aggiunse, «Non devi preoccuparti per il colloquio in lingua: non c’è un professore di portoghese qua in facoltà, quindi la prova sarà in inglese.»

Quello che successe dopo fu tutto automatico, come quando fai la scelta giusta e gli avvenimenti successivi si incastrano nel modo giusto: parlai con i miei genitori, che furono felici della mia idea, feci la richiesta e i vari colloqui e qualche mese dopo andai a vedere i risultati. Appesi al muro dell’ufficio Erasmus della facoltà c’erano gli elenchi delle ragazze e dei ragazzi che avevano vinto le borse di studio:

Lisbona, Instituto Superior de Gestão:

Valentina Sara Stella.

Ci fu un’altra cosa che si incastrò perfettamente con quella scelta: per la prima volta da quando avevo cominciato a innamorarmi, rimasi sola per un po’. Feci – inconsapevolmente – quello che tutti i miei amici continuavano a dirmi: mi occupai di me stessa, della mia vita, senza perdere la testa per nessuno.

Del resto avevo cominciato a guardare avanti, a fare progetti, non avevo tempo per vivere una storia d’amore: Lisbona – le sue notti, il suo cibo, la sua decadenza, la sua anima – mi aspettava.

 

 

Pubblicato da Valentina Stella

Torinese, vivo in Lussemburgo, scrivo, racconto la cultura portoghese e accompagno gruppi a Lisbona. Ho scritto Se mi lascia non vale, per Zandegù, e Il resto è ossigeno, per Sperling & Kupfer.

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