José Saramago: i suoi 100 anni, la terra e le stelle.

A Lisbona c’è un luogo in cui tutti guardano la cosa sbagliata. E la cosa sbagliata è bella: è la Casa dos Bicos, un palazzo storico metà antico metà moderno ispirato al Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Ed è anche interessante: lì ha sede la Fondazione José Saramago, l’unico premio Nobel per la Letteratura che il Portogallo abbia mai avuto. Per cui capita di vedere gruppi di turisti con il naso all’insù, affascinati dalla facciata (che prima del terremoto non era la facciata ma un lato) del palazzo e dall’importanza dell’autore di Cecità. Ma appunto, è la cosa sbagliata da vedere. Dietro le schiene dei turisti c’è un ulivo che quasi non si nota, e sotto quell’ulivo che quasi non si nota ci sono le ceneri proprio di José Saramago. C’è l’orma di un elefante, e poi c’è una scritta: mas não subiu para as estrelas, se à terra pertencia.

Quando arrivo in quel punto durante i weekend LuzBoa devo sempre lottare con le lacrime. Perché mi emoziona ogni volta pensare di essere lì dove lui riposa, ma soprattutto mi emoziona pensare alla sua storia con il Portogallo: un grande amore interrotto e poi ripreso, un amore che è partito dalla terra e si è concluso nella terra, con quelle parole così – scusate – terrene, così aggrappate alla realtà, alla concretezza, alla materia da cui ognuno di noi arriva.
La terra, dico ogni volta. La terra è il tema del primo grande successo di José Saramago: Una terra chiamata Alentejo il titolo italiano, Levantado do chão il titolo originale, un titolo molto più potente – Alzato dal suolo – per un romanzo che parla di tre generazioni di agricoltori, del latifondo, dei primi movimenti contadini, e del tentativo di alzarsi, di alzare la testa, di guardare le stelle.

Stanno gli uomini nella capanna, distrutti dalla fatica, vestiti, alcuni dormono, altri non ci riescono, e dalle fessure tra le canne che formano le pareti entra un chiarore mai visto, il mattino è lontano, ma ancora non lo è, uno di loro esce e resta lì impietrito dal timore, ché il cielo è tutta una pioggia di stelle, stelle che cadono come lampioni, e la terra è rischiarata come nessun chiaro di luna può fare. Accorrono tutti a vedere, c’è chi si spaventa sul serio, e le stelle scendono silenziosamente, la terra sta per finire, o magari per cominciare, non è più senza tempo. Dice uno che passa per essere più saggio, Movimenti negli astri, movimenti sulla terra. Stanno tutti vicini, guardano lassù, con le gorge tirate, e si prendono sulla faccia sporca la polvere luminosa delle stelle cadenti, pioggia incomparabile che lascia alla terra una sete diversa e più grande.

José Saramago aveva un’idea particolare della Storia. Immaginava la Storia non come una linea retta ma come una gigantesca tela in cui ogni evento è legato all’altro al di là dell’ordine temporale, una tela da cui però scivolano le storie degli ultimi, le storie dei vinti, le storie delle persone di cui nessuno ha mai conosciuto i nomi.
Per questo motivo – per recuperare proprio quelle storie – Saramago ha raccontato le vite di persone normali in epoche eccezionali e poi, nella seconda parte della sua vita, ha raccontato le vite di persone senza nome in epoche senza tempo: per raccontare le vite di tutti e di tutte noi, per raccontare l’essere umano, i suoi istinti più biechi, i suoi lati incantevoli, i miei, i vostri, i suoi peccati e le nostre opere buone.

La terra, quindi. Questa terra, il Portogallo, che prima l’ha osannato e poi l’ha respinto. Questa terra all’epoca troppo legata alla tradizione cattolica per comprendere e accogliere quel capolavoro che è Il vangelo secondo Gesù Cristo. Sono cattolica anche io, e leggere quel romanzo mi ha prima sconvolta e poi commossa. E mi ha regalato una riflessione su Dio e sull’uomo che non dimenticherò mai: quando Gesù va al centro del lago, gli apostoli lo cercano, e lui trova la verità. Leggete Il Vangelo secondo Gesù Cristo, leggetelo soprattutto se siete credenti.
La Chiesa portoghese non accettò mai quel libro, e Saramago si sentì respinto dal suo stesso paese. Aveva già conosciuto Pilar del Rio, il suo grande amore, e con lei andò ad abitare in un luogo inospitale e bellissimo: Lanzarote.

Fu proprio il suo grande amore, Pilar, a farlo tornare alla sua terra, tanti anni dopo. Un Saramago anziano ma ancora pieno di vita tornò ad Azinhaga, il suo paese natale, la sua terra, accolto come un eroe. Era passato il tempo, il Portogallo era cambiato, forse era cambiato anche lui.

Quando si parla di Saramago si parla quasi sempre e quasi solo di Cecità. Che è un romanzo importante, sconvolgente, ancora più sconvolgente se letto oggi, dopo aver vissuto una pandemia, ma non è il solo, e forse – oso – non il più bello.

E poi quando si parla di Saramago si dice spesso «È difficile». E io ogni volta immagino lui, con il suo sguardo ironico, che risponde «Perché vuoi libri facili?». Saramago è difficile, certo. Un suo periodo può durare una pagina, anche due. E non ci sono virgolette per i dialoghi, pochissima punteggiatura. Ma come può essere facile l’opera di un autore che ha saputo raccontare l’essere umano? Come può essere semplice raccontare la vita di questa nostra terra?

Saramago ha scritto tantissimo sullo scrivere, molto più di tanti altri autori e autrici. E del suo stile ha detto una cosa illuminante e semplice: provate a leggermi ad alta voce.
Provateci, davvero. Cambierà tutto. E forse vi innamorerete delle sue opere, così come mi sono innamorata io. Provateci perché è come in quei film di fantascienza in cui la navicella spaziale all’inizio, quando si stacca dalla terra, sembra andare lentamente, poi sfonda una barriera e si trova in un’altra dimensione piena di blu e di stelle, e però dentro quella navicella ci siamo noi, tutte e tutti noi, e quelle stelle ci raccontano la nostra anima.
Quando tornerete a terra non sarete più le stesse persone.

I weekend LuzBoa 2023: tante novità!

I prossimi mesi porteranno nuovi weekend LuzBoa e una grande novità: tutti i weekend (e anche molte altre cose che abbiamo in mente!) saranno organizzati insieme a Volver, un tour operator tutto al femminile con una grande esperienza di viaggi in Europa e nel mondo 😍.

Ecco qua la nostra offerta:

1° WEEKEND LUZBOA PRIMAVERA 2023, venerdì 24 – lunedì 27 marzo 2023

465 euro a persona (in camera doppia). Prezzo speciale per le prenotazioni effettuate entro il 30/09/22: 385 euro a persona!

565 euro a persona (in camera singola). Prezzo speciale per le prenotazioni effettuate entro il 30/09/22: 485 euro a persona!

Il prezzo comprende:

  • Tre notti in hotel *** con prima colazione
  • Transfer da e per l’aeroporto
  • Accompagnamento e guida da venerdì pomeriggio a lunedì mattina
  • Un’esperienza speciale (tipo giro in barca di due ore al tramonto con aperitivo)

(Il prezzo non comprende il volo aereo e tutto ciò che non è nell’elenco)


2° WEEKEND LUZBOA PRIMAVERA 2023, venerdì 21 – martedì 25 aprile 2023

513 euro a persona (in camera doppia). Prezzo speciale per le prenotazioni effettuate entro il 30/09/22: 483 euro a persona!

645 euro a persona (in camera singola). Prezzo speciale per le prenotazioni effettuate entro il 30/09/22: 615 euro a persona!

Il prezzo comprende:

  • Quattro notti in hotel *** con prima colazione
  • Transfer da e per l’aeroporto
  • Accompagnamento e guida da venerdì pomeriggio a martedì mattina
  • Un’esperienza speciale (tipo giro in barca di due ore al tramonto con aperitivo)

(Il prezzo non comprende il volo aereo e tutto ciò che non è nell’elenco)

3° WEEKEND LUZBOA PRIMAVERA 2023, venerdì 12 – lunedì 15 maggio 2023

465 euro a persona (in camera doppia). Prezzo speciale per le prenotazioni effettuate entro il 30/09/22: 435 euro a persona!

565 euro a persona (in camera singola). Prezzo speciale per le prenotazioni effettuate entro il 30/09/22: 535 euro a persona!

Il prezzo comprende:

  • Tre notti in hotel *** con prima colazione
  • Transfer da e per l’aeroporto
  • Accompagnamento e guida da venerdì pomeriggio a lunedì mattina
  • Un’esperienza speciale (tipo giro in barca di due ore al tramonto con aperitivo)

(Il prezzo non comprende il volo aereo e tutto ciò che non è nell’elenco)

Contatti:

info@volverviaggi.it

valentinastella@luz-boa.com

Vi aspettiamo!

Dieci anni senza Antonio Tabucchi

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Come vanno le cose. E cosa le guida. Un niente. A volte può cominciare con un niente, una frase perduta in questo vasto mondo pieno di frasi e di oggetti e di volti, in una grande città come questa, con le sue piazze, e la metropolitana, e la gente che cammina frettolosa uscendo dagli impieghi, i tram, le automobili, i giardini, e poi il fiume placido sul quale scivolano al tramonto i battelli verso la foce, là dove la città si allarga in un suburbio basso e bianco, sbilenco, con grandi pozze vuote fra le case come occhiaie scure e una vegetazione rada e i piccoli caffè sporchi, ristorantini dove si può mangiare in piedi guardando le luci della costa oppure seduti ai tavolini di ferro rosso, un po’ rugginosi, che fanno rumore sul marciapiede, e camerieri con la faccia stanca e la casacca bianca con alcune macchie.*

Domani saranno dieci anni senza Antonio Tabucchi.

Morì a Lisbona il 25 marzo del 2012, dopo una lunga malattia. Aveva solo 68 anni, e se quella malattia non se lo fosse portato via, oggi sarebbe qua, in questo pezzo di storia, e ci aiuterebbe ad affrontare l’imperscrutabile, a leggere il male della vita e di quella stessa vita i dettagli luminosi. Si arrabbierebbe con la guerra e scriverebbe parole di fuoco contro chi l’ha iniziata. Saprebbe curare con la tenerezza la disperazione di molti. Racconterebbe con la sua voce unica le assurdità di questi tempi, il rompersi degli equilibri, la speranza di quell’Europa di cui lui è stato figlio e autore.

Abitavo a poche vie da casa sua quando vivevo a Lisbona, e non lo sapevo. Oggi i miei giorni qua hanno sempre un momento di pellegrinaggio: vado in rua Castilho a osservare dalla strada il “mio” palazzo, di cui resta solo la facciata – è stato sventrato e trasformato in un condominio di lusso, così diverso dalla decadenza e dai muri scrostati del 1998 – e poi mi sposto poco più in là, da dove all’improvviso si può vedere il fiume con le sue monetine luccicanti. Alzo lo sguardo verso alcune finestre, rimango stupita – sempre – della profondità di ciò che ha lasciato.

Sarebbe con noi oggi Antonio Tabucchi se quella malattia non se lo fosse portato via. Ma poi ci penso e dico che forse è meglio così. Penso a lui, penso a José Saramago, morto due anni prima. Penso a quanto avrebbero sofferto nel vedere il totalitarismo a due passi da casa. Un totalitarismo così novecentesco, un totalitarismo così simile a quello che entrambi avevano conosciuto, sofferto, combattuto.

Pereira è un anziano stanco che pensa alla morte. È un anziano stanco che non riesce a smettere di frequentare il passato. Ma è anche un uomo che decide all’improvviso di cambiare strada. Di avere coraggio, e di prendersi gioco dei potenti.

Sostiene Pereira, pubblicato nel 1994, è l’ultimo grande romanzo europeo del Novecento. Antonio Tabucchi, con i suoi romanzi e le sue raccolte di racconti, con quel capolavoro d’amore e mistero che è Any Where Out of The World, è per me, italiana amante della letteratura portoghese, il perfetto compendio di Italia e Portogallo, di sangue e saudade, di Monteiro Rossi e Pereira. È impegno politico e tenerezza. È la letteratura. È l’Europa.

E mi manca tantissimo.

*dal racconto “Any Where Out of The World”, in Piccoli equivoci senza importanza.

Tutto questo è Fado

Quando abitavo a Lisbona, nel 1998, il fado era qualcosa che andavano a sentire i turisti, legato al passato, qualcosa insomma per cui io, ventiduenne appena arrivata in Portogallo, non provavo alcun interesse. Andai ad ascoltarlo una sera con i miei genitori quando vennero a trovarmi ma mi sembrò normale, niente di speciale, un po’ come tutte le musiche tradizionali quando sei giovane.
In realtà il mio atteggiamento non era un caso: negli anni ’90 c’era poco interesse per il fado, e in più quella musica tradizionale stava ancora scontando il fatto di essere stata “musica di regime”.

Ma andiamo con ordine. Come nasce il fado?
Nessuno lo sa. Essendo musica popolare, non si sa quasi nulla sulle sue origini, quello che si sa è che il primo fado scritto e tramandato si intitola fado do marinheiro, e si ipotizza quindi che questo tipo di musica sia nato proprio nel mare, anzi, nell’oceano, sulle navi che si allontanavano dal Portogallo per andare nelle terre colonizzate: lontananza, senso di perdita, amore, saudade per la propria città e per la propria famiglia. Saudade che andava anche nella direzione opposta: alcune delle prime canzoni raccontano della nostalgia e della preoccupazione delle mogli per i loro mariti marinai, della loro gelosia, del desiderio di vederli tornare a casa.
Il fado quindi come colonna sonora e metafora di quel Portogallo di tanto tempo fa, striscia minuscola di terra con le spalle rivolte all’Europa e lo sguardo perso nell’oceano.

Fino alla dittatura di Salazar (che comincia alla fine degli anni ’20 del Novecento) il fado rimane musica di strada, delle strade più umili di Lisbona: Alfama, Bairro Alto, Mouraria. Strade in cui il fado ancora oggi spesso acontece, succede, come mi disse Rita qualche anno fa: due o tre persone si incontrano in un bar, cantano qualche canzone, si uniscono dei passanti, una signora sdentata, una senzatetto, un turista, e si fa notte insieme, con qualche bicchiere di vino e il suono delle dodici corde della guitarra portuguesa.
Amore, gelosia, uomini e donne sconfitti dalla vita, notti passate in vicoli scuri, nostalgia: tutto questo è fado. O come cantò la più grande, Amália Rodrigues:

Perguntaste-me outro dia
Se eu sabia o que era o fado
Disse que não sabia
Tu ficaste admirado

Sem saber o que dizia
Eu menti naquela hora
Disse-te que não sabia
Mas vou-te dizer agora

Almas vencidas
Noites perdidas
Sombras bizarras
Na Mouraria
Canta um rufia

Choram guitarras
Amor ciúme
Cinzas e lume
Dor e pecado
Tudo isto existe
Tudo isto é triste
Tudo isto é fado

Tutto questo esiste, tutto questo è triste, tutto questo è fado: è stato quando ho sentito per la prima volta questa frase che il fado mi è entrato nel cuore e non mi ha più abbandonata: la musica degli ultimi che nel Portogallo dei secoli scorsi non venivano visti da nessuno ma che servivano alle navigazioni e al funzionamento della città, che vivevano in case scrostate e umide ma che avevano il cuore e la passione per cantare la loro saudade e per dire a quel fiume che diventa oceano che anche la loro vita esisteva.

Con Salazar tutto cambiò. Il fado diventò una delle “tre F” su cui il dittatore più longevo dell’Europa Occidentale costruì il suo consenso interno ed estero (Fátima, futebol, fado): Amália Rodrigues – che come vedremo in un altro post non fu mai realmente connivente con la dittatura – diventò il simbolo del Portogallo da far conoscere al mondo e il fado fu elevato a motivo di orgoglio nazionale.
Il fado venne organizzato e in qualche modo “istituzionalizzato”, fortunatamente senza mai perdere quei suoi temi principali, quelli legati ai vicoli bui della Mouraria e dell’Alfama. Piccolo dettaglio: Salazar non amava il fado, lo considerava troppo popolare, e non stimava Amália, la chiamava “a Criaturinha”, ma si sa, quando devi costruire consenso ti servi di tutto e di tutti.

Quando abitavo lì erano passati solo ventiquattro anni dalla Rivoluzione dei Garofani. Il ricordo di Salazar, di Marcelo Caetano, della PIDE e delle torture era ancora troppo fresco, e di conseguenza il fado era sì una tradizione, ma era una tradizione in qualche modo sporcata dalle mani della dittatura.
Il fado si cantava ancora in famiglia e nei ristoranti per turisti, ma rimaneva lì, come un tesoro nascosto che sapeva essere anche scomodo.

Poi però il fado è successo di nuovo. Perché il fado è, come dice la parola, fato, destino. E il destino succede, che tu lo voglia o no. La passione, la perdita, la gelosia, la sofferenza, l’amore per Lisbona, la saudade: tutto è tornato a scorrere, a farsi sentire, a dire al mondo che tutto esiste, tutto è triste, tutto è fado. E il fado ha ricominciato a vivere una vita sua, non per diventare simbolo di qualcosa ma per continuare a raccontare storie, le storie delle persone e dei loro sentimenti.

Nel 2011 il fado è stato dichiarato Patrimonio Intangibile dell’Umanità dall’Unesco e oggi le strade dell’Alfama, della Mouraria, del Bairro Alto sono piene di ristoranti che propongono il fado, i conservatori e le scuole di musica sfornano ogni anno professionisti che suonano e cantano il fado non solo in Portogallo ma anche nel mondo, e si è tornati anche a scrivere il fado, non solo a cantarlo: nuove autrici e nuovi autori propongono un fado diverso che però sa mantenere i legami con quelle strade in cui è nato.
Mariza, Ana Moura, Carminho sono tre fadiste moderne molto conosciute ma non sono le sole: Lisbona negli ultimi anni è diventata un melting pot di culture musicali, il crocevia dei musicisti lusofoni, il posto in cui fare musica è diventato un atto politico e culturale, un modo per proteggere musicisti che arrivano da situazioni difficili, un mezzo per raccontare ancora, sempre, la storia delle persone.

(La foto è di una serata meravigliosa che ho passato nel posto in cui secondo me si ascolta fado autentico, suonato e cantato benissimo, e dove il fado viene anche raccontato e spiegato: O Corrido, in campo de Santa Clara 49, nell’Alfama.)

Un giorno e una notte a Lisbona: cosa vedere

In questa estate 2021 in cui alcuni di noi hanno ricominciato a viaggiare, molti amici e conoscenti mi hanno scritto per chiedermi informazioni su cosa vedere e cosa fare a Lisbona. Quasi tutti sono passati da Lisbona solo per poi andare a fare un giro del Portogallo o per andare al mare in Algarve, quindi si sono fermati poco: un giorno, due, massimo tre.

All’ennesimo invio di informazioni via whatsapp ho pensato: perché non scrivere un post?
Quindi ecco qua una minuscola guida per un minuscolo periodo a Lisbona.

Ipotizziamo che siate a Lisbona di mattina, e che dormiate in centro. Come prima cosa vi consiglio di andare a fare colazione in un bar e chiedere un galão oscuro e una torrada (un caffellatte e del pane tostato con burro che però descritto così non rende perché è super) oppure andate a mangiare un pastel de nata alla Manteigaria in rua do Loreto 2. Chi mi conosce sa che sono una fan della Pastelaria de Belem, ma negli ultimi anni per fortuna altri (non tanti) hanno imparato a fare pasteis molto simili agli originali quindi va bene anche la Manteigaria.
Poi, una volta incamerate le energie per la giornata, andate a cercare la fermata del tram 28. Sì lo so, è turistico. Succede che molte attrazioni belle siano turistiche, nel senso di “amate dei turisti”, sarebbe strano il contrario. Poi c’è un tema importante: oggi Lisbona non è ancora piena come nell’era pre-covid, quindi potreste riuscire a salire sull’electrico giallo e magari trovare posto a sedere. Io vi consiglio di partire da praça Luis de Camões (tutto per me parte da quella piazza, forse anche perché la storia della letteratura portoghese parte proprio da Camões, che per i portoghesi è un po’ come Dante per noi) e di dirigervi verso l’Alfama.
In teoria con il 28, una volta trovato posto a sedere (in piedi è un po’ scomodo), potreste rilassarvi, osservare la città dal finestrino e decidere di scendere dove più vi ispira, però, dato che avete poco tempo, io vi consiglio di scendere alla fermata Miradouro Sta Luzia, ovvero uno dei punti panoramici più spettacolari della città. Una volta fatte le seicento fotografie di rito, potete proseguire verso Largo Portas do Sol, un altro incredibile punto panoramico: le fotografie che farete da lì sono fra le più iconiche di Lisbona. In pratica scatterete delle cartoline.

A questo punto potete perdervi. Non scherzo, perdetevi: siete nell’Alfama, il quartiere più antico di Lisbona, l’unica zona rimasta in piedi dopo il disastroso terremoto del 1755, un’area fatta tutta di stradine, vicoletti, profumo di bucato, voci che arrivano dalle finestre aperte: perdetevi. Mantenete una vaga idea di andare verso la Mouraria, ma girovagate un po’, spendete del tempo, siate lenti. Lo so, siete qua solo per poco, ma Lisbona è la città della lentezza. Godetevela.

Se volete potete andare al castelo de São Jorge. Non è il mio posto preferito ma può piacere, e di sicuro anche da lì la vista è spettacolare.

Vi renderete conto di essere arrivati nella Mouraria (avete google maps, vero?) perché sarete passati da un quartiere tipico ma molto turistico (l’Alfama) a un quartiere altrettanto tipico ma che ancora lotta per restare autentico. E ve ne renderete conto anche perché comincerete a incontrare i volti delle fadiste e dei fadisti della storia dipinti sui muri: il fado è la Mouraria, e viceversa. Scendendo verso la parte bassa della città arriverete in Praça Martim Moniz, che è una piazza non bella ma interessante perché simbolo della multiculturalità di Lisbona ma anche per la sua storia faticosa e sfortunata, come potete leggere qui.

Da lì potete proseguire verso Largo de São Domingos: entrate nella chiesa di Sao Domingos e cercate su google la sua storia (un giorno scriverò un post sull’argomento, non oggi). Quando verrete a fare uno dei nostri weekend LuzBoa UpNDown, questo sarà un passaggio fondamentale per capire la storia di Lisbona: vi spiegherò tutto per bene 🙂

A questo punto dovete assolutamente provare la ginjinha. Lo so, non avete ancora pranzato, me ne rendo conto, ma siete accanto a due dei posti più autentici: A Ginjinha, a due passi dalla chiesa in cui siete appena stati, e Ginjinha sem rival, in rua das Portas de Santo Antão 7. Sceglietene uno e provate un bicchierino del liquore più famoso del Portogallo. Vi chiederanno “con o senza”, e intenderanno le ciliegie: a voi la scelta di mangiare anche un po’ di frutta, che si sa, fa bene.

Proseguendo per rua das Portas de Santo Antão potrete vedere uno dei luoghi più belli e assurdi di Lisbona: la casa do Alentejo. Entrate, girate per le sale (non tutte sono aperte al pubblico), leggete la sua storia, respirate un’atmosfera totalmente diversa, riposatevi. E se al vostro viaggio manca ancora qualche giorno, leggete Requiem, di Antonio Tabucchi: quando sarete alla Casa do Alentejo capirete il perché.

Ora, avete camminato tanto e forse avete anche bevuto una o due ginjinhe, probabilmente avete appetito. Dove siete in questo momento ci sono tanti ristoranti molto buoni, io vi consiglio di provare una delle tante tascas (piccole trattorie o bar con pochi piatti tipici): potreste tornare verso la Mouraria e andare da Ze da Mouraria o da Ze dos Cornos, o se no, proseguendo verso la Baixa, potreste optare per un posto un po’ più elegante e storico, Martinho do Arcada, in praça do Comercio: attenzione, quando arriverete lì ci sarà il tavolo di Fernando Pessoa ad aspettarvi, e sarebbe bello raccontarvi tutto su di lui e su quanto sia stato importante per la letteratura portoghese ma ahimè avete deciso di andare a Lisbona senza di me quindi niente 😀

A questo punto siete nella Baixa, detta pombalina perché dopo il terremoto del 1755 è stata ricostruita tutta grazie al Marques de Pombal, artefice della rinascita della città.
Il mio posto del cuore è praça do Comercio, anche chiamato Terreriro do Paço: una volta qua c’era il porto di Lisbona e la piazza era un continuo brulicare di persone e di carretti con merci di ogni tipo. Oggi non ci sono più navi in arrivo e in partenza, non ci sono più scambi commerciali, ma per me qui, in questa piazza enorme e bianca è rimasta la storia, il profumo, la straordinaria bellezza di questo paese di navigatori.

Dopo esservi persi di nuovo, ma questa volta fra le vie dritte e perfette della Baixa, ora potete tornare verso il Chiado e potete andare a vedere il convento do Carmo. Anche questo è un punto importantissimo per la storia del Portogallo, soprattutto per la storia della rivoluzione dei Garofani del 1974 (a proposito: se vi capita, prima di partire guardate il film Capitani d’aprile).

Da largo do Carmo potete percorrere rua da Condessa: non vi dico nulla, arrivate fino al fondo e poi voltatevi verso destra.

Ok, una volta vista la sorpresa, dirigetevi verso il senso opposto e raggiungete rua Garrett. Meritate un caffè, e meritate un caffè proprio dove lo beveva Fernando Pessoa, quindi sedetevi a un tavolino della Brasileira. Fra l’altro qua il caffè è anche uno dei migliori di Lisbona, quindi molto bene.
Qua potete fare un po’ di shopping, oppure potete andare a vedere la libreria (funzionante) più antica del mondo: la Bertrand.

A questo punto secondo me comincerete a essere un po’ stanchi quindi se fossi in voi farei un piccolo giro al Bairro Alto e poi andrei a godermi il tramonto al miradouro di Santa Caterina, proprio vicino a dove siete ora, e aspetterei l’ora di cena bevendo una birra (una imperial, si dice) al chioschetto o un cocktail alla Pharmacia – Chef Felicidade, lì dietro.
Se invece siete stoici e volete ancora vedere qualcosa, potete prendere un autobus o un taxi (o un Uber) e andare a vedere il quartiere di Belem, che è uno dei più imponenti della città.

Una piccola idea: dal molo di Alcantara (che è fra il centro e Belem) partono le barche a vela su cui si può prendere l’aperitivo al tramonto. Io l’ho fatto una volta, è un modo interessante per vedere la città da un altro punto di vista. Potete trovare questi mini tour ovunque, ma secondo me la cosa più comoda è cercarli fra le Esperienze di Airbnb.

Ok, ora dovete per forza essere stanchi. Per cena vi consiglio tre posti, a seconda di cosa vi piace di più:
– Se volete una tipica tasca portoghese: oltre alle due già citate, Cabaças, in rua das Gaveas, nel Bairro Alto: pesce ottimo, ma da provare è la carne sulla pietra calda.
– Se volete provare il bistrot di uno chef stellato, Henrique Sá Pessoa, Tapisco, nel Bairro Alto: piatti eccellenti, prezzi moderati.
– Se volete fare un’esperienza diversa: andate a Cais do Sodré, prendete il traghetto per Cacilhas e andate a mangiare in uno dei ristoranti specializzati in frutti di mare. Il mio preferito è O Farol, ma sono tutti ottimi. E indimenticabile è la vista di Lisbona di notte.

Se poi siete Superman o Wonder Woman e le gambe vi reggono ancora, potreste voler bere qualcosa: io fossi in voi andrei al Bairro Alto in uno dei tanti bar, ma a questo punto avete tanta scelta. La zona dei Docas, uno dei roof top bar sparsi per la città, la zona di Santos…insomma, a quel punto dovete solo capire di cosa avete voglia. Lisbona è lì, pronta a soddisfare i vostri desideri.

LuzBoaUpNDown: i nostri weekend a Lisbona

Per il viaggiatore che vi giunge dal mare, Lisbona sorge come una bella visione da sogno, stagliata contro un cielo azzurro splendente che il sole allieta con il suo oro. E le cupole, i monumenti, i vecchi castelli si stagliano sopra il turbinio di case, come araldi lontani di questo luogo delizioso, di questa regione fortunata.

I weekend di LuzBoaUpNDown iniziano così, con questa frase di Fernando Pessoa, e proseguono il venerdì sera, poco dopo l’arrivo dei partecipanti, con le parole di Antonio Tabucchi in quel capolavoro che è il racconto Any where out of the world:

Come vanno le cose. E cosa le guida. Un niente. A volte può cominciare con un niente, una frase perduta in questo vasto mondo pieno di frasi e di oggetti e di volti, in una grande città come questa, con le sue piazze, e la metropolitana, e la gente che cammina frettolosa uscendo dagli impieghi, i tram, le automobili, i giardini, e poi il fiume placido sul quale scivolano al tramonto i battelli verso la foce, là dove la città si allarga in un suburbio basso e bianco, sbilenco, con grandi pozze vuote fra le case come occhiaie scure e una vegetazione rada e i piccoli caffè, ristoranti dove si può mangiare in piedi guardando le luci della costa oppure seduti ai tavolini di ferro rosso, un po’ rugginosi, che fanno rumore sul marciapiede, e camerieri con la faccia stanca e la casacca bianca con alcune macchie.

Cosa sono i weekend di LuzBoaUpNDown:

Sono tre giorni di immersione nella cultura, nella storia e nella letteratura di Lisbona. Cominciano il venerdì sera e finiscono il lunedì mattina. Sono un’occasione non solo per visitare Lisbona ma anche e soprattutto per viverla attraverso le parole delle autrici e degli autori che l’hanno raccontata e attraverso le storie di chi ci ha vissuto, e spesso ha lottato per renderla un posto migliore.

Come si svolgono i weekend di LuzBoaUpNDown:

I weekend iniziano il venerdì sera con la cena, con la lettura del primo racconto di Antonio Tabucchi, e con la presentazione del programma. Proseguono il sabato e la domenica con due giornate intere passate a visitare la città con la guida mia, Valentina Stella, e di Chiara Formenti. L’itinerario prevede la visita di luoghi tipici ma anche di posti nascosti e poco conosciuti: sono la storia del Portogallo e la sua letteratura a fare da guida. Ci si ferma ad ammirare i monumenti e gli angoli imperdibili della città ma ci si ferma anche ad ascoltare la definizione di saudade di Antonio Tabucchi proprio dove l’autore suggerisce di provarla, o a sentire le parole di Dulce Maria Cardoso sui retornados e sulle guerre coloniali. Si ammira Avenida da Liberdade ascoltando il racconto della sfilata dei soldati con i garofani rossi e bianchi durante la Rivoluzione del 1974 e ci si perde nella Mouraria parlando del Fado, di come è nato, di come sia stato sul punto di essere dimenticato e della nuova stagione che sta vivendo oggi.
Il lunedì mattina si fa colazione insieme, ci si abbraccia, ci si saluta, e si sale sull’aereo carichi di bellezza e di saudade 🙂

Prossime date:

24 – 27 Settembre 2021

8-11 Ottobre 2021


Come prenotare?

Potete scrivere una mail a:
Valentina: valentinastella76@gmail.com
Chiara: chiaraformenti.info@gmail.com

Vi aspettiamo! 🙂

Tutto tanto

La realtà è che è stato – o è – tutto tanto per tutti. Troppo. L’arrivo dei primi cristalli di neve, poi la valanga, e il rumore della valanga, e poi chi è rimasto sotto alla valanga, chi ai margini – ma ognuno di noi ha un amico o un’amica di un’amica che ha perso un padre, un nonno, una nonna per il covid – e poi l’angoscia del non sapere: non sapere come andranno le cose, quando finiranno, aspettare ogni giorno i dati alla stessa ora, guardare i grafici, prima solo i grafici del contagio poi quelli dei vaccini – perché non siamo veloci come l’America? – e poi finalmente vedere scendere quella curva, quella che per mesi era salita, e vedere quella dei vaccini salire, i primi conoscenti vaccinati – quale vaccino ti hanno fatto, sei riuscito a scegliere?, ti avranno mica fatto Astra Zeneca, guarda a me quel vaccino proprio non piace, manco stessimo parlando di marche di vini.

È stato tutto tanto, io non ho mai avuto problemi con la mascherina, la sopporto bene, ma ultimamente è come se tutta quella valanga, e il suo rumore, fossero rotolate lì dove sta l’anima, fra il cuore e lo stomaco, e sai cosa fa lì quella massa di neve? Diventa ansia, e allora mi sembra di respirare meno, mi sembra che sia la mascherina a togliermi il respiro e invece è quel tanto, quell’enormità che abbiamo vissuto tutti. Tutti, anche i negazionisti, perché in fondo anche il loro è un modo per gestire quel tanto: quel tanto non esiste, il covid non esiste, lalalala non sento niente.

E quindi è con quel tanto – se davvero è quasi finita come sembra – che dovremo fare i conti. Dovremo digerirlo, dovremo in qualche modo processarlo. Capirlo. Rileggerlo. Rileggere e ripensare a come siamo stati noi in questi mesi, perdonarci forse.
Mi piace vedere i miei post passati grazie ai Ricordi di Facebook: oggi salto a piè pari quelli del 2020 perché un po’ non voglio tornare con il pensiero a quei mesi, un po’ ho scritto un sacco di stronzate: a volte imbarazzanti, a volte assurde, a volte supponenti, volte semplicemente stupide (per fortuna non ho mai inveito contro i ventenni all’aperitivo, ecco nei confronti dei giovani ho sempre avuto compassione in questo periodo, anche solo per affetto verso una stagione che mi manca molto).

In questi mesi mi sono avvicinata alla Mindfulness, la mia amica Silvia la insegna, non l’ho fatto perché pensavo mi potesse servire, l’ho fatto perché se Silvia insegnasse pianoforte probabilmente avrei cominciato a suonare, ma ho scoperto che mi sta aiutando molto. Prendere i miei pensieri, farli stare fermi, osservarli bene e affrontarli, accettarli. Respirare, riportare tutto al respiro – vedi, arriviamo sempre lì, al respiro, è la vita, è la natura – chiudere gli occhi e vivere quel momento da cui fuggo troppo spesso.
C’è stato un momento, quando mio marito è risultato positivo – uno dei famosi asintomatici per fortuna – in cui dicevo alle amiche che mi scrivevano: hai presente quando in aereo ti dicono che in caso di atterraggio di emergenza devi piegarti in avanti in posizione di sicurezza, quella che chiamano brace? Ecco, sono così.
Ed ero così, sono stata così in quei dieci giorni chiusa in casa con lui chiuso in camera, senza sintomi ma con il terrore che arrivassero, ero in quella posizione, forse sono in quella posizione dall’inizio della pandemia, aspettare qualcosa senza sapere esattamente cosa sarà, se un impatto dolce o violento, e soprattutto senza sapere quando sarà.

Sto tornando proprio in questo momento dal primo viaggio post covid – diciamo post anche se non è esatto, ok io e lui siamo vaccinati a metà, io fra l’altro ho voluto proprio quel famoso Astra Zeneca brutto e cattivo, ma se apri i giornali trovi una nuova variante al giorno –  sono in aereo, la hostess ha appena spiegato la posizione brace e ha anche annunciato quella grande metafora della vita e dell’amore che è l’indossare la maschera prima di aiutare gli altri a indossarla, ed è stato un viaggio meraviglioso, noi quattro, con mio marito finalmente in vacanza con noi, siamo stati nel posto che amo di più al mondo che è il Portogallo, ed è anche andata bene con le misure di sicurezza, c’era così tanto sole e stavamo così tanto all’aperto che a tratti sembrava quasi che il covid fosse sparito davvero. Ecco, tutto bene, tutto bello, uno di quei ricordi di cui parleremo per anni, soprattutto credo che ricorderemo spesso quel momento in cui ho scambiato una boccetta di salsa di soia per un bicchiere di vino, ma io quel tanto, quella valanga, ce l’ho ancora tutta dentro, tutta in quel punto fra il cuore e lo stomaco, e quando siamo atterrati a Lisbona ho pianto, molti passeggeri applaudivano e io piangevo e secondo me le mie lacrime e i loro applausi erano polvere della stessa valanga, quel tanto che ci ha riempiti di dolore e di ansia, quel tanto con cui dovremo fare i conti, tutti.

E non sarà questione di qualche giorno, o di qualche mese. Sarà un processo collettivo, ci vorranno anni prima che questa cosa possa diventare storia, prima che ne possiamo parlare tutti senza risvegliare quella valanga, così come ci vorranno anni prima che qualcuno possa scrivere un romanzo bello, vero, reale, sulla pandemia – anche perché davvero, chi ha voglia oggi di leggere un romanzo che parla proprio di quella valanga che abbiamo ancora dentro?

È stato tutto tanto, e dovremo avere cura di tutti, dovremo prenderci cura di chi sta male, ma soprattutto dovremo prenderci cura di noi stessi, proprio come quella cosa della maschera dell’ossigeno in aereo, dovremo essere sicuri di saper respirare di nuovo e poi aiutare gli altri a farlo perché ecco tutto, tutto di questi mesi – la malattia, le terapie intensive, l’ansia, il rumore di fondo – tutto ci riporta sempre a quella cosa di cui non ci rendiamo conto fino a quando non comincia a mancarci: il respiro.

Cinque maggio, dia mundial da língua portuguesa

Uno dei motivi per cui ventitré anni fa ho scelto di fare la richiesta dell’Erasmus a Lisbona è stata la lingua: no, non conoscevo assolutamente il portoghese, ma fra le prove da sostenere per ottenere la borsa c’era anche il colloquio in lingua e, non essendoci un professore di portoghese all’università di Economia di Torino, per Lisbona era previsto un colloquio in inglese. Il che era perfetto perché all’epoca l’inglese era l’unica lingua che sapevo oltre all’italiano. Ovviamente, da ragazza poco previdente che ero, non ho pensato di prendere lezioni prima di partire: ho pensato, figurati, il portoghese è una lingua così poco parlata nel mondo che di sicuro a Lisbona parleranno tutti inglese.

Primo grande errore: il portoghese non era una lingua poco parlata, anzi, era fra le più parlate al mondo. Non riesco a recuperare la classifica di quegli anni ma di sicuro era fra le prime cinque (oggi è secondo alcune classifiche la quinta, secondo altre la sesta). Su una cosa però avevo ragione: a Lisbona tutti parlavano e parlano inglese. I motivi sono vari, di sicuro avere film non doppiati al cinema aiuta molto.

Arrivai quindi a Lisbona senza sapere una parola, aspettandomi di sentir parlare una lingua molto simile allo spagnolo. Altro grande errore: il portoghese del Portogallo, quando lo leggi, essendo una lingua latina, è molto simile allo spagnolo o all’italiano, ma quando lo senti parlare la prima volta ti chiedi se per caso sei stata teletrasportata all’improvviso in un paese slavo o arabo, insomma NON CI CAPISCI NULLA.
Il punto è che il portoghese che si parla in Portogallo (quello parlato in Brasile ha una pronuncia molto diversa e più comprensibile) ha una pronuncia molto chiusa, molto fechada, molto veloce, poco cantata. Avete presente quei suoni dolci e musicali che in Italia si usano per parlare del portoghese, quelle parole che finiscono in -ão tipo – per chi non è più giovanissima come me – cacão meravilhão? Ecco, quelli sono suoni che arrivano dal Brasile, non dal Portogallo.

Per fortuna la mia università, l’Instituto Superior de Gestão, aveva previsto un corso di portoghese per noi Erasmus. Mi servì per la struttura della lingua: fu in quel periodo che cominciai a pensare alle lingue straniere come ad alberi, e ai verbi come al tronco e ai rami, fondamentali affinché tutto il resto (parole, suoni, espressioni) crescesse nella mia testa come foglie: scrissi su vari fogli A4 tutte le declinazioni e tutti i verbi irregolari e li appesi ai muri di camera mia, in modo da averli sempre davanti agli occhi. Giorno dopo giorno, velocemente come succede quando sei in un posto e hai poco più di vent’anni, cominciai a comprendere e a parlare quella lingua così fechada (e così bella). Mi aiutarono molto anche le lezioni che frequentavo: tutti i corsi erano in portoghese, così come gli esami che avrei poi dovuto sostenere. Fu però un professore, se non sbaglio di Economia Industriale, a svelarmi un segreto: Quando ti innamorerai di un ragazzo portoghese, mi disse molto lentamente, scandendo le parole, allora sì che comincerai a parlarlo bene.
Tutta la classe scoppiò a ridere, io anche, e con la coda dell’occhio guardai proprio quel ragazzo che cominciava a piacermi.

A Casa Castilho ridevamo molto su questo concetto relativo all’apprendimento delle *lingue*. Bisogna limonare, ci dicevamo nella nostra lingua di famiglia che chiamavamo portugnol, un misto di portoghese e spagnolo (ai miei compagni di casa piaceva molto il verbo italiano limonare).

A dicembre ero completamente innamorata di quel mio compagno di corso e avevo amici simpatici che cominciavo a capire quando parlavano del più e del meno ma con i quali non riuscivo a scherzare. Perché quando non domini una lingua magari riesci a dire cosa hai fatto nel fine settimana ma non riesci a fare ironia, a scherzare, a fare battute. In quella mia testa in cui erano cresciuti velocemente il tronco e i rami e anche molte foglie, dovevano ancora nascere i fiori, quelli che ti fanno capire a fondo una cultura e fanno sì che tu possa davvero comunicare con chi hai di fronte.

Tornavo a casa dall’università e studiavo. Studiavo sui libri, ascoltavo la radio, guardavo la televisione. Volevo uscire con quel ragazzo e capire ogni sua espressione, volevo ridere con i miei amici all’università, volevo fare battute senza paura di offendere qualcuno o di pronunciare le parole sbagliate, volevo sentirmi parte di quel mondo nuovo in cui ero andata a vivere.
Ci riuscii. Intorno a febbraio mi resi conto che ormai il portoghese era per me automatico, mi ritrovavo a pensare in portoghese, a sognare in portoghese, e riuscivo persino a capire il calão, lo slang che parlavano i miei amici portoghesi.

Oggi, cinque maggio, è il dia mundial da língua portuguesa. Una lingua che oggi è un ponte. Un ponte fra tante culture, un ponte che va dall’Europa all’Africa passando per l’America e per l’Asia. Una lingua che può essere fechada o cantata, una lingua che tanti secoli fa è partita dal punto più occidentale dell’Europa per andare a solcare gli oceani e che ha anche significato sofferenza e guerre ma che oggi è un ponte. Una lingua plurale, arricchita dalle differenze, una lingua che tiene uniti tanti popoli oggi in pace fra loro. Una lingua in cui più di duecentosessanta milioni di persone si riconoscono. Una lingua che è diventata patria.

Minha patria è a lingua portuguesa
Fernando Pessoa

Caparica, il tramonto dei gabbiani

L’anno a Lisbona è stato l’anno più bello della mia vita. E lo dico oggi, a quarantaquattro anni, dopo essermi sposata, dopo aver avuto due figlie. Ho avuto momenti bellissimi, forse più belli, prima e dopo, ma i dodici mesi consecutivi più belli della mia vita sono stati quelli: settembre 1998 – settembre 1999.

Il giorno del mio ventiduesimo compleanno, a ottobre del 1998, ero chiusa nella stanza minuscola dell’enorme casa di Marques Pombal in cui ero andata ad abitare, ascoltavo la musica e scrivevo. Fuori c’era il sole e io avevo tanto mal di testa. Mi stava letteralmente scoppiando la testa, non avevo una pastiglia con me, ed ero ancora troppo timida per uscire dalla stanza, andare a bussare alla porta di qualcuno, e chiedere un moment. E così me ne stavo lì in quei pochissimi metri quadri (la mia prima stanza era un ex sgabuzzino in cui c’era un letto a una piazza, uno stendino per gli abiti e una minuscola scrivania) a riversare sul mio diario tutta la nostalgia che provavo per Torino, per la mia famiglia e per i miei amici.

Poi qualcuno bussò alla mia porta. Era Susana, che in inglese (quella era la lingua che usavamo all’inizio) mi disse «Senti, noi stiamo andando a Caparica, in spiaggia, ti va di venire con noi?». Ricordo perfettamente il momento di esitazione che ebbi: non conoscevo ancora bene quelle persone, avrei avuto qualcosa di cui parlare per un pomeriggio intero? Mentre una parte di me si concentrava sulla scusa da trovare, la mia voce disse «Certo, mi preparo!».

Susana, Carlos, Simone e io salimmo sulla Uno grigia di Simone, attraversammo il ponte 25 de Abril e ci ritrovammo davanti all’oceano. Ho ancora da qualche parte le foto di quel giorno. Sono fatte di azzurro e di sabbia.
Restammo seduti al tavolino del bar per ore, e per la prima volta vidi il tramonto dei gabbiani sull’oceano: il cielo era arancione e viola, le nostre birre ghiacciate, e loro erano arrivati nel giro di qualche minuto. Centinaia di gabbiani che sembravano raccontare qualcosa, tutti insieme, al sole che stava rotolando sull’acqua.

Andammo via poco prima che il cielo diventasse scuro. Cotti dal sole e infreddoliti dalla brezza che si stava alzando, entrammo in macchina e con la musica a tutto volume tornammo a casa. Mentre percorrevamo il ponte 25 de Abril Lisbona sfavillava.
Non avevo dovuto pensare nemmeno per un minuto a cosa dire a quei tre ragazzi ancora sconosciuti. Tutto era successo senza che mi fermassi a pensare. Tutto era successo in modo naturale, come si succedono le onde dell’oceano sulla spiaggia. E il mio mal di testa era scomparso.

Caparica diventò il nostro posto. Soprattutto d’inverno, soprattutto quando non ci andava nessuno. Chilometri di spiaggia, solo il rumore dell’oceano, le rotaie del trenino estivo piene di sabbia portata dal vento. Caparica è ancora così. Piena di gente d’estate, vuota e selvaggia d’inverno.
C’erano delle casette di legno abbandonate, le antiche case dei pescatori. Per anni la municipalità restò indecisa sulla loro destinazione, pensò di distruggerle, poi per fortuna furono recuperate, oggi sono surf house affittate da turisti che vogliono vivere letteralmente sulla sabbia. Ho provato spesso a prenotarle per qualche giorno, è difficilissimo trovare posto.

Quella sera ascoltai That I would be good, di Alanis Morrisette. Il suo cd, insieme a quello dei Bran Van 3000, a quello dei grandi successi di Paolo Conte e a quello di Radio Freccia, fu la colonna sonora del mio Erasmus. Piansi. Perché mi sentivo all’inizio di qualcosa di enorme: vivere lontana da tutto (quando ancora vivere lontano voleva dire non avere contatti se non un paio di telefonate di pochi minuti alla settimana con i genitori) e allo stesso tempo vivere una vita piena di novità, di scoperte, di amicizia. Non ero triste, ero sopraffatta. Sopraffatta dalla bellezza di una giornata con l’oceano negli occhi, dal calore di tre nuovi amici, dalla sensazione che nonostante la nostalgia, anzi forse proprio grazie alla saudade, in quella stanzetta ai confini dell’Europa sarei stata sempre bene.

That I would be fine even if I went bankrupt
That I would be good if I lost my hair and my youth
That I would be great if I was no longer queen
That I would be grand if I was not all knowing

That I would be loved even when I numb myself
That I would be good even when I am overwhelmed

Lisbona, casa

La prima notte a Lisbona, con Simone, il mio amico di Torino che aveva vinto la borsa Erasmus come me, andammo a dormire nella stanza in affitto nell’appartamento di una signora portoghese molto anziana. Restammo lì qualche giorno, giusto il tempo di cercare una sistemazione un po’ più stabile. Fu Simone a trovare casa per primo, in rua da Prata, in una delle famose case Erasmus dell’epoca: le case Erasmus che contribuirono alla rivalutazione e al recupero del centro di Lisbona in un periodo in cui in quella zona nessuno dei Lisboeti voleva abitare.

La Baixa, il Bairro Alto, una parte di Marques Pombal, la Mouraria, l’Alfama erano piene di palazzi meravigliosi in condizioni terribili: da anni le famiglie avevano cominciato ad abbandonare il centro e ad andare a vivere in zone più periferiche, in condomini più moderni, con più servizi, e possibilmente con il riscaldamento.

Gli studenti che dagli anni ’80 in poi cominciarono ad arrivare a Lisbona da tutta l’Europa volevano invece vivere dentro Lisbona, dentro il suo cuore, nella parte più caratteristica – anche se in quelle stanze d’inverno faceva freddo, anche se il legno delle strutture era umido e gli azulejos rotti – e dettero vita a un mercato di camere e appartamenti in affitto che anno dopo anno ridonò vita e luce a quelle zone.

Seguii Simone in quel suo primo appartamento in rua da Prata, nella Baixa, e una sera andammo a bere qualcosa proprio in quella che avrei chiamato casa per i dodici mesi successivi: un appartamento di 480 metri quadri al terzo piano di un palazzo tipico pombalino di rua Castilho, un appartamento in cui abitavano quindici persone. In quella casa, che tutti chiamavano Casa Castilho, era da poco arrivata una ragazza italiana che – una coincidenza che mi ha sempre fatto sorridere – si chiamava Simone, alla francese, e che dopo qualche birra mi disse «Stai cercando un posto dove stare? Perché qua fra qualche giorno si libera una stanza». Eravamo seduti tutti in cucina attorno al tavolo, mi disse «Vieni, ti faccio vedere il resto della casa», e mi portò in quello che mi sembrò un sogno: un corridoio lunghissimo fatto a U sul quale si affacciavano tante stanze, una per ogni ospite, quadri e immaginette sacre che si alternavano a poster e scritte in ogni lingua, azulejos e tappeti impolverati, la sensazione di essere in un posto unico che avrebbe dato senso a ogni mio minuto a Lisbona.

Dissi a Simone che non mi sarei lasciata scappare l’occasione, e tre giorni dopo io e le mie due valigie enormi bordeaux sbarcammo in quella che per me, per noi, è stata una casa, una famiglia, una dimensione, un mondo.

Con me, Simone, Susana, Carlos, Pedro, Linea, Pepa, Helena e tanti altri di cui non ricordo il nome abitava Ico, il padrone di casa. Aveva ereditato l’appartamento dai genitori morti presto, aveva altri appartamenti in centro e si manteneva affittando stanze agli Erasmus.
Ma forse la storia non è davvero così: insieme a me, Simone, Susana, Carlos, Pedro, Linea, Pepa e Helena abitava Ico, la persona che aveva capito da tempo che affittare camere agli studenti Erasmus era un ottimo business e che aveva affittato per pochi escudos al mese questo appartamento di un palazzo decrepito del centro, subaffittandolo poi a noi ragazzi stranieri innamorati della Lisbona più autentica.
Non ho mai capito quale fosse la verità, quello che so è che Ico sembrava uscito da un film di Almodovar, aveva più o meno trent’anni, usciva di casa intorno a mezzanotte per tornare all’alba, dormiva fino a tardi, organizzava feste meravigliose nel suo salone (avevamo due saloni, uno per noi e uno per lui), feste che noi osservavamo da fuori, esaminando gli invitati che entravano e uscivano da quelle porte bianche, e a volte ci lasciava sul tavolo gli inviti a delle serate surreali nei locali più incredibili della città.

Chi arriva nella Lisbona splendente di oggi ha di sicuro delle difficoltà a immaginare un centro scuro, pericoloso, con palazzi sporchi e cadenti, pieni di infiltrazioni e di piante che spuntano dai tetti e dai muri. Eppure quella Lisbona, quella degli anni ’80 e ’90 era così, ed era già bellissima, piena di storie e di racconti, piena di quella decadenza così intimamente legata alla saudade, piena di un passato glorioso naufragato nell’oceano, e allo stesso tempo piena di orgoglio e di voglia di guardare al futuro.

Nel Club del Libro che gestisco insieme alla Libreria Italiana Lussemburgo ieri, durante l’incontro su una delle letture, ci siamo chiesti che cosa significhi per noi casa.
Io dico sempre che casa per me è dove il cuore non fa fatica. Lussemburgo è casa, Torino è casa, Parigi è casa, vari luoghi nel mondo sono casa per me perché il mio cuore in quei luoghi si ritrova e trova le risposte che cerca.
Lisbona è casa da quel giorno di ottobre del 1998 in cui salii con due valigie bordeaux le scale cigolanti di rua Castilho 15. È casa, porto sicuro, ponte verso quel passato che mi ha liberata e costruita, è famiglia, è il posto in cui non solo il mio cuore non fa fatica, ma rinasce ogni volta, si riempie di saudade per trasformarla in bellezza, si nutre di tutto quello che Lisbona riesce sempre a donargli.

Il terremoto di Lisbona

Nel post precedente ho scritto che la storia del Portogallo è una continua storia di ricostruzioni e rinascite, e questo è evidente a chiunque arrivi in praça do Comercio e cominci ad ascoltare o a leggere una guida: la Baixa viene definita pombalina: perché? Perché quella zona fu fatta ricostruire dal Marques de Pombal dopo il terribile terremoto del 1755. Ma definire quell’avvenimento “terribile” forse non rende l’idea: quel giorno, il primo di novembre, erano le 9.30 del mattino quando, a causa di un movimento nelle faglie dell’oceano Atlantico, a Lisbona ci fu una scossa fra gli 8.5 e i 9 punti della scala Richter (per dare un’idea: il terremoto dell’Aquila ha avuto una magnitudo di 5.9), lunga sei minuti, seguita da altre due, proprio mentre tantissime persone si trovavano nelle chiese per celebrare la festa di Ognissanti. Case e chiese crollarono, imprigionando migliaia di persone fra le macerie, e le persone che riuscirono a scappare verso gli spazi aperti, quindi verso il fiume, videro arrivare proprio dal fiume un’onda alta quindici metri, causata da uno tsunami originatosi nell’oceano, che trascinò via tutto. Subito dopo, aiutato da un vento secco che proveniva dall’entroterra, e a causa delle tantissime candele accese nelle chiese in quel momento, si sviluppò un enorme incendio che fu domato solo quattro giorni dopo.

Lisbona, regina dei mari, ritenuta la frontiera della cristianità contro gli infedeli, patria di un popolo profondamente cattolico, in pochi minuti diventò una prigione di macerie e fuoco che uccise circa 90.000 persone. Due terzi delle sue costruzioni vennero spazzate via, un terzo della sua popolazione morì.

Fu una tragedia enorme che scatenò una corsa alla solidarietà fra i regni europei, ma che soprattutto fece scoppiare un grande e importantissimo dibattito fra gli intellettuali dell’epoca, dibattito che gettò le prime fondamenta della sismologia, e segnò anche l’inizio del confronto fra Chiesa e laicità sui temi legati alla scienza.

Fino a quell’epoca i terremoti erano ritenuti punizioni divine, infatti dal giorno dopo i rappresentanti della Chiesa portoghesi ed europei cominciarono a dire che il terribile evento era stato una punizione divina per il comportamento degli abitanti di Lisbona, città secondo loro soffocata dai peccati e dai vizi.

Ma per la prima volta si fecero sentire anche voci contrastanti: furono le voci di chi non credeva nell’idea della punizione divina e che voleva mettersi all’opera senza dare colpe ai lisboeti («Seppelliamo i morti e diamo da mangiare i vivi», disse il Marques de Pombal, incaricato dal re José I di ricostruire Lisbona), ma furono soprattutto le voci di chi voleva finalmente capire l’origine dei terremoti, al di là del volere divino.

Voltaire pubblicò il Poema sul disastro di Lisbona e condannò la natura, portatrice di sofferenza per le sue creature, e subito gli si oppose Rousseau, sostenendo che non si potesse accusare la natura, ma che fosse necessario trovare le responsabilità nei comportamenti degli abitanti di Lisbona, che avevano costruito case a più piani, quindi più pericolose in caso di terremoti, e che quel primo di novembre del 1755 erano morti «perché volevano afferrare i propri abiti, o i documenti, o il denaro».

Chi non si interessò al concetto di colpa e cercò di indagare l’evento naturale con una sorta di metodo scientifico fu Kant, il quale ipotizzò che nel sottosuolo esistessero grandi caverne piene di gas che in alcuni momenti davano origine a incendi che, propagandosi in un reticolo di caverne sotterranee, provocavano terremoti.
La realtà dei terremoti è ben diversa, ma da tutti gli studiosi Kant è ritenuto il padre della sismologia.

In meno di un anno Lisbona fu ricostruita (con vari accorgimenti anti-sismici e anti-incendio), e il merito fu tutto del Marques de Pombal, la cui statua oggi troneggia nel largo che prende il suo nome (io abitavo in una via lì dietro!), in un punto che gli permette di vegliare su tutta la città. E un segno grande, profondo, della distruzione di quel primo di novembre del 1755 è il Convento do Carmo, con i suoi archi gotici che tendono al cielo, senza soffitto, che stanno a simboleggiare nello stesso momento dolore e speranza. Dolore e speranza che ogni anno in tarda primavera si tingono del colore indefinibile e bellissimo dei fiori delle jacaranda.

Il Portogallo in questi anni: l’economia

La prima volta tornai pochi mesi dopo: era dicembre 1999 e andai a trovare il mio fidanzato americano che era rimasto lì, e con il quale avevo passato uno splendido weekend a Parigi a ottobre.

Trovai una città quasi uguale a quella che avevo lasciato. La differenza era che erano andati via tutti i miei amici dell’Erasmus, ma erano ancora lì gli amici degli ultimi mesi, che erano tutte persone più grandi di me di qualche anno, impiegate in un’azienda informatica americana. Rimasi una settimana, andai alla festa di Natale di quell’azienda, uscimmo tutte le sere, e ripartii con la sensazione di aver chiuso un cerchio. Non rividi più quel fidanzato se non tanti anni dopo, quando fece un giro in Europa e si fermò a casa mia a Torino per qualche giorno.

Rividi spesso Lisbona, e viaggio dopo viaggio imparai a conoscerla come città e non più come il luogo del mio Erasmus. Anche perché il luogo dove uno fa l’Erasmus – ce lo diciamo sempre noi ex Erasmus logorroici – è un qualcosa in più, non è fondamentale, non è ciò che rende unica l’esperienza. Certo, può aggiungere molto, ma l’Erasmus è qualcosa di straordinario al di là del posto in particolare: è il fatto di partire e andare lontano, è passare sere a parlare con persone che arrivano da culture diverse dalla tua, è il rendersi conto di essere un puntino in mezzo a un universo di storie da conoscere e con le quali confrontarsi.

Negli anni il Portogallo è cambiato molto: quando lo lasciai, nel 1999, era in grandissima crescita, fra aumento del turismo (anche dovuto all’Expo) e imponenti investimenti europei (era impossibile percorrere una strada senza vedere ogni mezz’ora un cartello di lavori in corso con il simbolo dell’Unione Europea), ma già con l’avvento dell’euro (2002), quella crescita iniziò a mostrare segnali di arresto. Il problema non fu l’arrivo dell’euro in sé, ma il fatto che la classe politica portoghese dell’epoca – in parte corrotta – non fosse riuscita a organizzare quel momento in modo adeguato. Incapacità politica quindi, e grandi necessità di importazioni a fronte di una scarsa competitività a livello internazionale delle aziende portoghesi portarono a un peggioramento continuo dell’economia, fino ad arrivare al 2011, quando, nel mezzo di una crisi mondiale che durava dal 2008, il Portogallo si trovò con un tasso di disoccupazione del 15% e un deficit pubblico dell’11%.

Entrò quindi in gioco la Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), con 78 miliardi di euro di aiuti e un piano di austerità e riforme strutturali che i governanti e i cittadini portoghesi accettarono e rispettarono con alcune (in effetti oceaniche) proteste ma soprattutto con il rigore e il contegno tipico di quella popolazione.

Furono anni estremamente difficili ma i risultati arrivarono: a maggio 2014 il Portogallo annunciò di non aver bisogno di un programma extra di aiuti, e dichiarò quindi la sua indipendenza finanziaria, e dal 2015 al 2019, anche grazie a un governo illuminato e all’impressionante ripresa del turismo, ricominciò a crescere, diventando uno dei casi da manuale di interazione virtuosa fra UE e paese membro.

La Lisbona degli anni di crisi me la ricordo bene. Era fine 2007, ci passai andando in Brasile, rimasi due notti e due giorni che si rivelarono 48 ore di pioggia e di incontri con amici che nel frattempo erano cambiati, io ero cambiata, la pensione in cui dormivo era orrenda, la città mi sembrava scura, umida, inospitale, piena di sofferenza. È probabile che questa mia impressione fosse falsata da come stavo io (era un momento un po’ difficile, e la decisione di partire per il Brasile da sola ne è la dimostrazione), ma di sicuro Lisbona stava facendo fatica a resistere e a restare viva e scintillante come era stata tempo addietro.

Dopo quella volta tornai nel 2013, e ricordo bene la felicità nel sapere e soprattutto nel vedere che le cose stavano andando meglio. Erano i primi di giugno, e io ero lì con cinque amiche per il mio addio al nubilato. La foto del post è proprio di quel viaggio: il cielo era azzurro come solo a Lisbona sa essere, le jacarandas erano in fiore e Lisbona pulsava di promesse, di futuro, di ottimismo.

Mentre scrivo, il Portogallo è di nuovo in lockdown, nel pieno dell’emergenza Covid. Si prevede una discesa del Pil del 7%, e fra le persone c’è angoscia e incertezza, come in tutto il mondo. Ma il Portogallo ha un’arma in più: la sua è una storia di continue ricostruzioni e rinascite. Il Portogallo sa rialzarsi, lo fa da secoli, lo farà anche questa volta.

Per approfondimenti:
https://www.lastampa.it/economia/2017/07/09/news/il-grande-risveglio-del-portogallo-in-sei-anni-dal-fallimento-al-boom-1.34592163
https://www.ilsole24ore.com/art/lisbon-story-portogallo-bailout-crescita-record-con-bilancio-ordine-AEmwM2QB?refresh_ce=1
https://www.ilfoglio.it/economia/2017/05/11/news/modello-portogallo-133983/